Rifugio Livio Bianco


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Il rifugio

Camere 4 posti: 1
Camere 6 posti: 2
Camere 8 posti: 2
Camerata 1- posti 14
Camerata 2- posti 10 ( emergenza )
Posti letto totali: 46
(+ 10 di emergenza)


Locale invernale:
gestito in estate (14 posti)

Toilette
Interne: 2
Esterne: 1

Docce
Fredde: 1
Calde: 1

Posto telefonico: sì

Copertura cellulari:
Vodafone: No, copertura a cento metri dal rifugio
Tim: No

Posto soccorso: sì
Ampia terrazza esterna con 30 posti su tavoli

Bibliografia:

  • Guida dei Monti d'Italia-Alpi Marittime Volume 2
  • Laghi cascate e altre meraviglie di Parodi Editore


Storia:
Fu un gruppo di amici alpinisti e di partigiani di "Giustizia e Libertà" che, con i familiari, volle assumersi l'iniziativa di ricordare con la costruzione di un rifugio il cuneese avv. Dante Livio Bianco, forte alpinista, apprezzato giurista e valoroso comandante partigiano. Approvato un piano di iniziative tendenti al finanziamento per realizzare l'opera, venne affrontato l'esame per la scelta di localizzazione della stessa. Scartate le ipotesi di erigere l'edificio in zone elevate, la scelta cadde su un luogo, sponda orientale del Lago Sottano della Sella, sito di più modesta quota e facilmente raggiungibile.
La domenica
7 Luglio 1963, nel decimo anniversario della morte di D.L. Bianco, avvenne l'inaugurazione. Circa 500 i partecipanti, moltissimi partigiani con i loro comandanti, amici alpinisti ed estimatori di Livio convennero alla grande festa. Anni più tardi, nel 1982, in considerazione del notevole incremento turistico ed alle crescenti e diverse esigenze alpinistiche la sezione di Cuneo giunse nella determinazione di procedere ad un consistente ampliamento del rifugio.
Il nuovo rifugio, terminato nell'estate
1983, fu inaugurato il 18 Settembre dello stesso anno in coincidenza con il quarantennale della Resistenza, con il trentennio della morte di Livio Bianco e con il ventennio della prima costruzione. Ancora moltissimi i partecipanti, qualche partigiano in meno perso per strada, ma tanti giovani in più…


Dante Livio Bianco (nato nel 1909, avvocato, scomparso nel 1953 in una sciagura alpinistica) costituì la prima pattuglia della Resistenza piemontese, e nel 1945 successe a Duccio Galimberti nel comando delle formazioni di «Giustizia e Libertà». Alla conclusione della guerra, nei giorni compresi fra la smobilitazione e l'inizio della restaurazione, Bianco affidò l'eccezionale esperienza che aveva vissuto alle pagine di questo libro. C'era in lui la consapevolezza che la stagione della speranza era finita, e occorreva tracciare un primo bilancio, sia pure ancor caldo di passione civile. Le annotazioni diaristiche diventavano storia, nasceva « il documento conclusivo di un'epoca grandiosa e irripetibile, l'atto di fede di un uomo che non vuole arrendersi», come scrive nella sua introduzione Nuto Revelli, ricordando questo gobettiano tutto intransigenza e rigore morale, e completando il quadro con i riferimenti politici e militari. Se oggi ha senso guardare al passato, questo passato è la resistenza viva, non quella imbalsamata, «la resistenza incompiuta o interrotta - scrive Norberto Bobbio - destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato».


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